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Intervista a Donna Freedman, una povera famosa.

17 maggio 2011
Questa è una traduzione, il post originale è di Donna Freedman e lo trovate qui in inglese.

Non mi considero deprivata, anche se posso capire perché alcune persone pensano cosi. Non ho un portatile, una TV, un lettore DVD, uno stereo, un iPod, una console di videogiochi, un BlackBerry o molte delle cose marchiate come necessarie.

Tuttavia ho del cibo, una dimora, una famiglia, degli amici, una radio, un pass per l’autobus, una tessera per la libreria e la possibilità di frequentare un università rispettata. Come potrei considerarmi “povera” quando molte persone non hanno da mangiare, un posto per dormire e nessuna possibilità per migliorare la propria situazione?
C’è già un altro motivo per il quale non mi considero povera, il bagaglio sociale associato alla parola: le persone povere sono pigre, stupide, immorali, svergognate e incapaci di prendere una qualsiasi buona decisione. Le persone povere sono perdenti, la nostra società ama i vincenti. Vogliamo che i poveri scambino i loro stracci per diventare ricchi. Li vogliamo sognare di arricchirsi.
Più di tutto, vogliamo credere che le persone povere sono incapaci e immorali, e sempre da incolpare per la loro povertà. Altrimenti, dovremmo accettare la possibilità che qualche giorno, anche noi potremmo fare i conti con la povertà.
Non sono abbastanza sciocca da pensare che alcune persone non facciano delle cattive scelte. Ma non sono neanche mentalmente ristretta da credere che le persone povere sono povere solo perché patologicamente incapaci di arricchirsi.
Molti di loro sono cosi perché malati, disoccupati, mancano di educazione, non hanno avuto opportunità. Più di un famigliare nella mia famiglia sono tra di essi. Ho scherzato con una cugina che la nostra famiglia ha praticato il “come essere poveri” per tutta la vita. Lei era in accordo. “Poveri è come essere” ha detto “ e non chiedi, “come?” Lo sei e basta.”
Sono cresciuta sempre senza soldi e sono rimasta cosi fino agli inizi dei miei 20 anni. Il matrimonio e la carriera mi hanno tenuta adagiata in una classe di mezzo per più di 10 anni. Ora sono divorziata, studente, e senza soldi ancora.
A parte quello, non sono senza soldi. Sono povera. Sto ridefinendo la parola cosi che possa perdere il suo significato spregievole. Essere poveri è quello che potrebbe essere definita un abilita utile per vivere. E credo che sia effettivamente un abilita che molte persone potrebbero usare, che abbiano carte di credito, debiti o borse di studio. Essere poveri per un po, è come fare una scelta per imparare ad amministrare meglio i soldi, sarebbe meglio per loro.

Ecco quindi, alcune regole per essere poveri:

  • Avere pochi soldi
  • Viverci
  • La seconda vi cambierà la vita, se lo saprete fare.

Essere poveri significa guardare con severità ai propri bisogni, separandoli dai desideri. (Ho fame. Voglio una bistecca).

Significa non comportarsi come se hai ancora i soldi perché non hai soldi. Hai una carta di credito. Usarla per vivere al di sopra delle proprie possibilità economiche sarebbe un suicidio finanziario.

A prescindere se sei in debito per sfortuna o per cattive scelte non importa. Quello che importa è prendere in mano la situazione. Come si dice, quando ti trovi in un buco, smetti di scavare. In altre parole, smetti di spendere. Cenare fuori, vacanze, giochi, acquisti, elettrodomestici, biglietti per concerti, semplicemente non puoi avere questo cose.

Ma ecco la parte buona: una volta tornati di nuovo economicamente in grado di comprare quelle cose, non ti interesserebbero più di averle. Ecco come funziona la regola.

Il mio più importante strumento per gestire i soldi non è stato in grado di capire come guadagnare di più, ma piuttosto mi ha fatto scoprire quanto poco ho davvero bisogno e quanto ho già. Certamente, provo di trovare dei metodi per risparmiare. Cucino piatti semplici che costano praticamente niente. Compro cose di seconda marca e uso molti buoni acquisto.

Ma come salvo i soldi non è importante. Quello che è importante è sapere che ho qualsiasi cosa mi serva e alcune cose che voglio. Anche se non sono mai stata più al verde, stanca e incerta per il futuro, non sono mai stata cosi felice. Non sono una praticante Zen, ma posso dire che avere meno ti fa più riconoscente per quello che hai. Ho anche imparato che non avere niente ti lascia molto più spazio nella tua vita, cosi come nella tua dimora.

Potrei non aver voluto scegliere questa vita. Ma ora ce l’ho.

Ecco cosa ho già imparato: essere poveri non significa non volere le cose, significa volere le cose che ti servono. Quando i vestiti sono consumati ne prendo di nuovi. Col tempo, vorrò un nuovo computer per i miei articoli. Molte famiglie hanno problemi finanziari e vorrei aiutarle. Mi piacerebbe viaggiare. Un giorno mi comprerò uno stereo cosi da poter mettere un po di musica, e vorrei donare un po per l’educazione, cosi che anche gli altri possano avere le opportunità che sto avendo.

Queste sono cose interessanti, ma potrei essere felice anche se non riuscissi ad averle. Potrei guadagnare un salario decente un giorno. Ma non mi interesserebbe se non potessi avere un lavoro ben pagato perché so come essere povera: vivi bene con quello che puoi permetterti e cerchi di migliorare la tua vita.

La vera prosperità è più di un po soldi. Essere ricchi non mi renderebbe felice o generosa. Questi modi di sentirsi non hanno niente a che fare con il tuo bilancio.

Non che essere povera mi renda migliore. Mi rende più attenta. E riconoscente.

Original article is here

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